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“Mentitori galanti e civettine amabili,/ cuori teneri, ma liberi dal giuramento,/ come deliziosamente conversiamo!”.“Dipinta e imbellettata come al tempo dell’arcadia,/fragile tra i viluppi enormi di nastri,/eccola passare sotto i rami ombrosi,/[…]con mille mossette e mille smancerie” Paul Verlaine rappresentava così le fêtes galantes. Un mondo fatto di leggiadria, grazia, sensualità, frivolezza e ironia alla ricerca della felicità perduta in un mondo dai colori pastello, tocchi argentei e contorni vaporosi: ecco la realtà rococò secondo Nicolas Lancret (1690-1743). Allievo di Claude Gillot e di Antoine Watteau, adottò le loro tecniche per creare uno stile autonomo e originale. Ricercato dai committenti più importanti del Settecento, stimato da grandi reggenti, tra cui Luigi XV, realizzò ben più di quattrocento opere. Non fu un copista, ma, al contrario, seppe trasformare la pittura idilliaca e atemporale del grande Watteau in aneddoti realistici e talvolta satirico-umoristici di vita quotidiana alla pari di Hogarth. Lancret fu osservatore attento e scrupoloso dei vizi, delle passioni, della moda e delle abitudini del suo secolo. Pittore di fêtes galantes, rappresentò passatempi, giochi, scene bucoliche e idilli amorosi. Alla ricerca della sensualità nascosta attraverso uno studio meticoloso dei gesti e degli sguardi, senza oltrepassare i limiti della decenza e del pudore. Approfondì i suoi studi sul teatro, realizzando degli splendidi tableaux vivants in una complessa prospettiva scenica: la pittura si teatralizzava. Parafrasò la letteratura e in particolare I racconti di Jean de La Fontaine. A Versailles si distinse come decoratore e pittore di scene inusuali. Affinò le tecniche della pittura miniaturista e fu eccellente colorista. Il suo cromatismo brillante e variegato ben si armonizza con la ricerca di un perfetto equilibrio strutturale. La sua originalità deriva da una sostanziale interpretazione dei temi e delle tecniche del rococò, rinvigorita da un’intensa sperimentazione dei linguaggi teatrali. Egli preannuncia le incertezze e le inquietudini della modernità, attraverso un genere di pittura d’evasione. Dézallier D’Argenville lo descrisse riportando i seguenti versi: “Il suo facile pennello, rivale della natura,/sulla tela, dell’arte ci nasconde l’impostura.”

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